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[Stoccolma] Anarchist Bookfair Sweden – Transnational No Border Camp 2012

12-Giu-12

 

16 June & 17-24 June 2012

 

da: Contrainfo

[Roma] Scienza e conflitto

12-Giu-12

[NU.PEZ] Serigrafando benefit

11-Giu-12
NU.PEZ
serigrafando benefit

Ogni messaggio che viene lanciato è una potenziale scintilla per accendere riflessioni, critiche, consapevolezze e successivamente (speriamo) trasformarsi in gesta ed azioni mirate a stravolgere questo mondo basato sul dominio.
Anche I vestiti possono diventare un veicolo per trasmettere dei contenuti.

Per questo abbiamo deciso di creare NU.PEZ: una serigrafia benefit contro la repressione.
Offriamo a campagne di lotta, gruppi musicali, individui, la nostra capacità:

serigrafiamo le tue stampe!
Contattaci via mail: nu.pez@canaglie.org

Scegliamo maglie il cui cotone è coltivato in maniera biologica ed equosolidale, optando, purtroppo e consapevolmente, per il “meno peggio” : cerchiamo di contenere lo sfruttamento e l’inquinamento che comunque esistono dietro ad ogni merce industriale.
Lasciamo a chi ci affida le stampe la libertà di decidere quanti soldi offrirci. Noi ci limitiamo ad informarvi sulle spese che abbiamo avuto.
Il ricavato servirà a supportare attivist* anarchic*, antispecist*, ecologist* che necessitano denaro perchè colpit* dalla repressione di chi ci vorrebbe silenzios* e complic* di una realta’ costruita sullo sfruttamento e sulla schiavitù.

Anche un progetto semplice come NU.PEZ racchiude la nostra
pulsione e il nostro entusiasmo nella lotta per la libertà.

da: Informa-azione

[Montréal] Polizia, repressione e movimento studentesco

11-Giu-12

 

http://youtu.be/t14F5UGV1RQ

 

 

da: Juralibertaire

[Firenze] Concerto di solidarietà agli imputati nel processo “400colpi”

11-Giu-12

 

link utili:

http://400colpi.org/

http://sostienifirenze4maggio.noblogs.org/

[Spagna] 12M/15M Appunti sul movimento – Traduzione in italiano

10-Giu-12

12M/15M Appunti sul movimento

Questi appunti sono dedicati, in primo luogo, all’Universitat Liure La Rimaia, un’esperienza la cui improbabilità ed impossibilità ha alimentato molti di noi negli ultimi tre anni. In secondo luogo, sono dedicati al libro Autonomie! di Marcello Tarì, un libro di strategia rivoluzionaria che come un lampo illumina il nostro presente.

Queste riflessioni sono debitrici ad alcune discussioni fatte con Marcello ed altri compagni.

 

 

L’aver preso una piazza l’anno passato ha scatenato una situazione imprevedibile. Quei mesi di sospensione della normalità e dell’obbedienza ci hanno nutrito per un anno intero con la circolazione di una simpatia che va ben oltre la moltiplicazione dei gruppi, delle assemblee di quartiere e dei settori in lotta.

Potremmo dire che questa simpatia è l’espressione sensibile del desiderio, largamente condiviso, di cambiare alla radice l’ordine delle cose. Un uomo saggio ha detto di recente che mai il desiderio di una Rivoluzione è stato così diffuso, e che, allo stesso momento, mai è stato così difficile immaginare come metterla in atto.

 

 

Prima parte: un doppio punto di partenza

1

C’è una tensione all’interno del movimento 15 M, una tensione tra due eredità storiche, tra due posizioni o tendenze. Questa tensione può essere risolta solo dall’interno.

Questa tensione la si incontra all’interno di alcune frasi che hanno determinato il nostro processo: “Senza sindacati e senza partiti” e “non violenza”.

Le due posizioni sono incarnate da due figure: il cittadino radicale e il rivoluzionario qualunque. Questi sono i due poli di attrazione che tendono la corda del movimento.

2

Il cittadino radicale ritiene che sia ancora possibile salvare un ideale dello Stato che, con la la Rivoluzione Francese, nasce come un ideale di progresso, sviluppo ed integrazione di tutti ed ognuno dei suoi abitanti. Un ideale che alcuni ritengono fantasmagoricamente essersi incarnato nello Stato del Benessere arrivato dopo la carneficina e il massacro di massa della Seconda Guerra Mondiale. Il fatto è che, storicamente, la politica di sterminio non è mai stata estranea ai cicli di “crescita” del capitalismo.

Tuttavia, l’ideale del cittadino radicale vuole che nel potere democratico ci sia un fondo di razionalità e moralità universale. Se così fosse l’indignazione morale, il grido e le proposte ragionevoli sarebbero delle forze di trasformazione. Purtroppo non è così.

In realtà, questo ideale ha visto contrastata fin dall’inizio la sua realizzazione: per questo la storia del XIX, XX e XXI secolo è disseminata di insurrezioni, rivoluzioni, guerre e guerre civili. Non è solo una questione di oppressi e proletari, ma anche di altre figure, in primo luogo di quella del rifugiato e, decenni più tardi, di quella del migrante, figure che rivelano in modo significativo che gli stessi gestori dello Stato da quasi un secolo hanno rinunciato a questo “ideale”.

Nella fase attuale di questo processo disastroso il sistema deve accettare che la sua sopravvivenza implica lo sbarazzarsi di un grande surplus di popolazione: questo problema viene affrontato distruggendo le condizioni di vita o più semplicemente la vita stessa (tagli, piani di austerità, operazioni militari, guerra di massacro).

La realtà è brutale. A volte non guardarla in faccia ci rende la vita più facile, ma è anche il modo più semplice per finire con il pagarla a caro prezzo.

3

Il cittadino radicale ha sfiducia nelle vecchie forme politiche – i sindacati e i partiti. Per questo si riconosce nella frase “senza sindacati e senza partiti”; ma, per questa figura, ciò non significa tanto che “nessuno ci rappresenta” bensì che “il governo non ci rappresenta fino a quando non si atterrà alla ragione” – di questo si parla nell’appello internazionale del 12M/15M.

Possiamo riassumere la sua posizione in due punti:

a) In primo luogo, essa si basa sull’iniziativa individuale, sull’impegno individuale (consumo responsabile, consumo ecologico e mille altre iniziative a cui il singolo può aderire). Il cittadino è una figura che nasce dal fallimento del comune al di là della famiglia, è una figura che si fonda su di una relazione singolare con il potere, a cui dà realtà quando lo chiama in causa – per protestare – o quando gli risponde – tramite il voto segreto, il lavoro, lo shopping, dichiarandosi “depresso” o facendo la dichiarazione delle tasse. Certamente questo rapporto individuale dà al cittadino integrato un potere, un poter-fare basato sulle sue conoscenze, sul suo lavoro, le sue relazioni, i suoi beni e i suoi soldi. Il cittadino radicale vuole affrontare individualmente il degrado delle sue condizioni di vita, è riluttante a perdere “i suoi beni”, il che è del tutto ragionevole. E tuttavia lo fa in base ad un ideale obsoleto e attraverso delle forme di lotta inadeguate che lo condurranno, a causa delle sua posizione riformista, al disastro o ad una nuova forma di fascismo.

b) In secondo luogo la sua posizione si basa sul tentativo di tornare a moralizzare il potere. L’Illuminismo ha portato questa confusione nella concezione occidentale del politico: come se I Diritti, le Leggi e gli Apparati estremamente violenti che le fanno rispettare fossero espressione del ragionevole, l’espressione di una morale universale, e non, come invece sappiamo, l’espressione di rapporti di forza.

Espressione scritta e istituzionalizzata dei rapporti di forza che viene “lasciata” esprimersi, nella pratica, al carcere, alla polizia, al tribunale o alla strada quando la situazione lo richiede, come recentemente ha ricordato l’attuale consigliere degli Interni catalano, il famigerato Sig. Puig (riferimento alla repressione e all’ondata di arresti attorno e dopo le ultime manifestazioni del movimento 15M e degli studenti, n.d.t.). Potrebbe sembrare assurdo soffermarsi su questi temi, per altro ben noti, ma ancora più assurda appare l’adesione del cittadino radicale alla posizione morale dell’ “indignazione”, la sua allergia ad intensificare il conflitto sulla base di un “pacifismo aggressivo” e la sua convinzione che, quando il Titanic sta affondando, è il momento di protestare o di salvare le meravigliose sedie a sdraio.

4

All’altro polo del movimento emerge la figura senza volto del rivoluzionario qualunque.

Qui il movimento incontra un punto di partenza che, con uno strano salto temporale, ci pone nell’eredità diretta del momento rivoluzionario più alto vissuto in Europa durante gli anni ’70: le lotte autonome in Italia.

Attraverso questo salto temporale entriamo in relazione non solamente con queste lotte, ma con la parte migliore della nostra Storia. La figura qualunque di tutta una costellazione di insurrezioni e rivoluzioni sconfitte, o meglio, interrotte. Non c’è niente di meno neutrale della nostra memoria.

Alcuni, quelli che pensano la Storia in tempi molto brevi – facendo ricominciare la storia del mondo, per esempio, a ogni decennio – , spesso si sorprendono davanti a una tale dichiarazione. Tuttavia, guardiamo alle pratiche che stiamo portando avanti: occupazione di case e di spazi per organizzarci; comitati e assemblee di quartiere per il mutuo appoggio; assemblee e cordinamenti di lavoratori; autoriduzioni delle fatture, da un po’ di tempo visibile nel settore dei trasporti con iniziative come “Io non pago”, “Memetro” (detournamento del titolo del film Memento, iniziativa che viene definita ironicamente «un disordine della memoria, durante il quale l’individuo è incapace di ricordare che, secondo la legge, deve convalidare il titolo di viaggio» n.d.t), o il pirataggio dei codici dei biglietti di trasporto a Barcellona. Se non ci facciamo accecare da portali e schermi possiamo vedere, nelle nostre città del sud, l’effetto di un’invisibile illegalità di massa: effetto che riconosciamo nella proliferazione di allarmi, telecamere e agenti della sicurezza privata intorno a vestiti, cibo, bevande, attrezzature elettroniche, libri…; riscontrabile anche nei dispositivi di sicurezza e nelle campagne contro le frodi nel trasporto metropolitano.

Anche gli espropri e le manifestazioni più o meno selvagge fanno parte del nostro repertorio di azioni. Così come l’insistenza sull’ importanza della comunicazione e del coordinamento a fronte della forma ossificata dell’organizzazione classica, propria dei Partiti e dei Sindacati.

5

Non solamente nelle pratiche, ma anche in alcune frasi che condividiamo riconosciamo una diretta eredità con le lotte autonome: effettivamente “senza sindacati e senza partiti “, ma, paradossalmente, anche “non violenti”. Abbiamo separato la frase in due parti per distinguere le potenzialità dai limiti.

La linea di potenza: “Senza sindacati e senza partiti” o come spesso si cantava: “Ningú. Ningú. Ningú ens representa, ningú…!” (Nessuno. Nessuno. Nessuno ci rappresenta,nessuno…!) Questa è una linea di potenza perché ci spinge a sperimentare, a trovare modi per condividere, organizzare e coordinare le nostre forze. Affermare questa posizione ci porta, nuovamente, a rompere con le principali forme di organizzazione che la coppia di spettri danzanti di un mondo in rovina, il movimento operaio e l’utopia liberale, hanno portato fino ai nostri giorni: partiti e sindacati nati nel XIX secolo e il cui cadavere vediamo oggi camminare con fermezza davanti a noi, all’inizio del XXI secolo.

Un limite interno al movimento è quello di persistere nel definire se stesso come “Non Violento”. Vorrei citare al proposito un vecchio stratega cinese:

“La flessibilità è vita, la rigidità morte. La debolezza attira sollievo, la forza il rancore. La flessibilità ha la sua logica, la rigidità la sua; la debolezza ha il suo campo di applicazione, la forza il suo. Raccogli questi quattro schemi di azione e domina il tuo gioco coscientemente. ”

Flessibilità, rigidità, debolezza, forza. Quattro schemi di azione che una grande strategia ha bisogno di conoscere e padroneggiare.

6

All’interno di questa posizione definirsi, contemporaneamente, come un movimento “senza sindacati, senza partiti” e come “non violento” pone la questione della violenza nella direzione di quello che è successo in Italia, e altrove, alla fine degli anni ’70. Tuttavia in molti crediamo che sia a causa di una errata interpretazione. Perché, se è vero che il rituale e la pratica della violenza sono inseparabili dalle lotte autonome, è anche vero che è stata una certa intensificazione accellerata della violenza, fino a livelli insostenibili per il movimento, che le portò alla sconfitta. Accelerazione ed intensificazione proveniente da una frazione che sentiva la ricchezza e la diversità dell’area autonoma come qualcosa di extraterrestre. Bisogna anche tenere presente l’ impossibile mediazione tra il vecchio movimento operaio, compresi gli operai autonomi, e le lotte autonome dominate da un sentimento di estraneità radicale rispetto alla fabbrica e al mondo della fabbrica – tanto da portarle a disertarla; lotte autonome portatrici di una sensibilità, di un modo di combattere, di abitare e condividire direttamente politico, cioè in guerra contro il mondo, e che erano, allo stesso tempo, forme del tutto estranee alla tradizione operaista.

Se il vecchio movimento operaio è stato sconfitto, fin nelle proprie condizioni materiali di esistenza, ovvero la grande fabbrica legata al quartiere popolare; la classe operaia, vettore soggettivo e politico, scomparsa nel deserto degli anni ’80 … potrà tornare sotto nuove forme, ricomporsi, d’altra parte, solo come un noi che prende partito contro il mondo presente.

7

Non si tratta di entrare in dispute storiografiche.

Quando diciamo che ci sentiamo eredi, che raccogliamo il testimone dal momento in cui il processo rivoluzionario è stato interrotto, non stiamo dicendo che si tratta di ripetere la storia, cosa che sarebbe solo una farsa. La risonanza tra le situazioni non implica la ripetizione delle condizioni materiali e spirituali di esistenza. Non è tanto una questione di analogia quanto di genealogia.

Il punto è comprendere che la potenza delle lotte autonome, ciò che fa sì che oggi tornino a risuonare dentro di noi, è radicata nel far rimanere uniti, nello stesso processo insurrezionale, tre piani dell’esistenza che tutto, nell’ ordine di questo mondo, ci porta a separare: 1) un piano materiale: i quartieri liberati, l’esproprio e l’uso condiviso e offensivo dei beni e dei saperi, delle macchine e delle tecniche. 2) Un piano spirituale e sensibile: dove si congiungono i nuovi comportamenti delle femministe, dei gay e dei giovani in generale, con un immaginario rinnovato e, contemporaneamente, erede delle diverse tradizioni sediziose, rivoluzionarie e guerriere; un immaginario che prende forma ovunque e che può concretizzarsi nella copertina più famosa della rivista Rosso, apparsa tra i focolai insurrezionali del marzo del ’77 a Bologna e Roma. Su questa copertina si può vedere, su uno sfondo rosso e nero, il corpo di una manifestazione durante degli scontri, e si puo leggere: “Avete pagato caro, Non avete pagato tutto. “3) Un piano offensivo, in cui la violenza era concepita ed eseguita in una maniera completamente diversa dalla violenza militare. Senza macellai. Una violenza tattica, situata. Una forma di vita che liberava I territori e che poteva difendersi.

Bisogna ricordare ora i quattro schemi di azione che il vecchio stratega cinese ci invitava a dominare: flessibilità, rigidità, debolezza, forza. Dovremmo anche ricordare che la punta di lancia del movimento Occupy è la città di Oakland, l’unica che a suo tempo rifiutò di dichiararsi “non violenta”.

Seconda parte: differenti strategie

8

Una grande strategia ci pone di fronte a una lotta di lungo respiro, in cui i differenti piani di esistenza possano dispegarsi contemporaneamente, producendo una forma di vita capace di passare all’offensiva.

Contro questo punto di vista, la posizione cittadinista radicale tende a concepire la potenza del movimento all’interno del suo ideale della politica, la politica democratica in quanto sottomessa ad una ragione e una morale universale. La ragione discute e decide sulla base di una morale universale. Il discorso spiega, persuade e impone. Le forze vengono mobilitate lì dove sono necessarie.

Sembra ragionevole e, tuttavia, è assolutamente falso: perché in questo circolo virtuoso del Potere non è contemplata la divisione irriconciliabile che scuote il nostro mondo. La divisione tra i Nostri desideri, i desideri degli insorti, e degli oppressi, dei diseredati, dei disoccupati, dei precari, dei disagiati esistenziali …, che si organizzano per resistere; e contro di questi, i desideri del capitalismo e dei capitalisti, i Loro desideri.

Questa divisione irriconciliabile è la miccia dell’insurrezione. Acuirla fino ad arrivare ad una situazione irreversibile vuol dire prendere partito per la rivoluzione.

Noi desideriamo una forma di vita che incoraggi l’etica di una potenza comune. Inventare il comunismo.

Il capitalismo ci impone la separazione, la segmentazione, la divisione tra le differenti parti di noi stessi. La divisione tra ciò che siamo e quello che possiamo.

9

Rompere con questo mondo che ci distrugge implica generare e abitare situazioni in cui possano tornare a intrecciarsi delle vite. “Se da sola non puoi, insieme possiamo tutto”.

La separazione quotidiana si rompe attraverso azioni, gesti, processi, piuttosto che attraverso parole e immagini. Tuttavia, le parole, che vengono usate per discutere le lontane astrazioni della politica classica (la Banca Centrale Europea, la Legge Elettorale …), servono anche a condividere le esperienze di lotta nei posti di lavoro; per mettere in comune degli strumenti che ci rendano più forti nei quartieri; per far circolare le iniziative sovversive, affinchè esse si incontrino e si coordino.

Le parole e le immagini servono anche affinchè una sensibilità condivisa raggiunga una certa densità e diventi contagiosa. In questo senso una “Dichiarazione” sulla nostra divisione irriconciliabile con il mondo capitalista potrebbe essere produttiva, ma deve essere coerente con l’elaborazione dei mezzi che possano rendere effettiva tale divisione.

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Come è stato detto da qualche parte, se c’è qualcosa di cui parlare nelle piazze è come preparariamo il giorno di azione del 15 maggio. Primo test di uno sciopero che attacchi il capitalismo globale. La chiave, per uno sciopero, è che ha la necessità di durare. Uno sciopero all’altezza della situazione ha bisogno di una temporalità più dilatata, una giornata di sciopero non è mai stata sufficiente.

Poi, sia nelle piazze, sia in un prossimo festival dei quartieri metropolitani, abbiamo bisogno di luoghi di incontro per condividere gli strumenti, le esperienze, le difficoltà. Capire quello che funziona e quello che non funziona. Incontrarci per affermare e condividere la differenza irriconciliabile che siamo rispetto a questo mondo.

In terzo luogo, sarebbe meglio evitare i “discorsi ragionevoli”, soprattutto da parte di figuri di dubbio genere su riforme immaginarie che nessuna forza può o vuole imporre.

Perché, come abbiamo già detto, la politica democratica non è ragionevole. Non è basata sulla ragione e sul discorso, ma sul rapporto di forze. Che cosa c’è di ragionevole nel salvare delle banche che hanno giocato alla roulette in Borsa provocando la chiusura di asili e ospedali? Così, invece di perdere tempo a discutere di argomenti riformisti che a prima vista possono sembrare molto ragionevoli, pensiamo, discutiamo, su come possiamo invertire le relazioni di forze a livello locale, in ogni situazione, in ogni luogo.

Cioè, se vale la pena incontrarsi per discutere, è per tracciare dei piani tattici e operativi che ci permettano di deporre il Potere lì dove si trova.

Terza parte: una figura del futuro si fa strada tra noi

11

Hackerare l’economia.

Hackerare il quartiere e la metropoli.

Hackerare il Potere.

Maggio 2012

[Continua]

@ Barbarroja_

[Torino] Cabaret contro gli sfratti

10-Giu-12

cabaret contro gli sfratti

 

Ogni giorno la solita storia: i soliti ricchi, i soliti sfruttatori e i soliti proprietari di case. Ed al solito, per difenderli la polizia e l’ufficiale giudiziario. Qualche volta, invece che lasciarsi sfruttare, gli inquilini smettono di pagare l’affitto. Qualche volta, invece che lasciarsi cacciare, si organizzano per resistere allo sfratto. Altre volte la casa la occupano. Quanto è bello e necessario incontrarsi, resistere assieme e vivere alla riscossa.


Incontriamoci per il:

Cabaret contro gli sfratti
Angolo via Mameli via Lanino
Lunedì 11 giugno dalle ore 19.

da: Macerie

[Roma] Abbiamo gli occhi ben aperti!

10-Giu-12

Fra la notte di sabato e domenica (2-3 giugno) sera un militante del laboratorio Acrobax ha dovuto far fronte a due tentativi di aggressione da parte di soliti noti fascisti di zona. Nel primo episodio, avvenuto intorno alle quattro di notte di sabato, dopo l’iniziativa di Trastinvaders in cui centinaia di persone si sono riappropriate del rione di Trastevere è stato vigliaccamente attaccato alle spalle da un fascista, il quale, casco alla mano, si era nascosto a pochi metri dalla sua abitazione per tendergli l’ agguato.

La determinazione del nostro compagno gli ha permesso di allontanarsi senza conseguenze.

Ma questo episodio non rimane isolato.

Frustrato infatti per il fallimento dell’ offensiva e per non rischiare di fallire una seconda volta, lo stesso aggressore torna il giorno dopo insieme con altri tre camerati. Sono circa le 20:00 e in quel momento è con un’altra compagna di Acrobax, quando viene raggiunto mentre si trova nella piazza antistante casa sua. Il gruppo si avvicina ancora caschi alla mano al compagno che questa volta, dopo una colluttazione, riesce a mettere in fuga la squadraccia e fortunatamente, a non riportare lesioni di alcun tipo.

Le ragioni che hanno portato a queste aggressioni vanno ricercate nell’ impegno politico del militante, da anni attivo prima nei collettivi studenteschi e poi nelle esperienze di politica territoriale nei quartieri di Monteverde e di Trastevere. Gli aggressori infatti non sono sconosciuti ma noti esponenti dell’ organizzazione fascista foro 753, che esercita sul quartiere un alto livello di propaganda e che vanta il sostegno e l’adesione di esponenti del PDL cittadino,del sindaco Alemanno e la sua maggioranza (proprio oggi, 5 giugno,un consigliere della maggioranza ha pubblicamente definito il partigiano Rosario Bentivegna “macchiato del sangue di vittime innocenti”).

Come al solito questi individui scelgono di agire con dinamiche squadriste, agendo in gruppo o nell’ ombra, ed è per questo che vogliamo ribadire la determinazione con cui continueremo a stare al fianco del nostro compagno. continuando a portare avanti i nostri percorsi di lotta, perché non c è fascista che ci possa togliere la voglia di lottare perché non c’ è fascista che ci fa paura!

Noi abbiamo gli occhi ben aperti; perchè chi tocca uno, tocca tutti/e noi. Nei nostri quartieri e in tutta la metropoli mai un passo indietro!

Nipotini/e di Sasà

In questa giornata un saluto sentito va a Carla Verbano Con Carla, Valerio e Renato nel cuore.

Loa Acrobax, La popolare Palestra Indipendente, Renoize Project, All Reds Rugby Roma, All Reds Basket, Circolo ANPI Renato Biagetti, Trastinvaders, Radio Torre Sound System

[Genova 2001] Appello per una mobilitazione internazionale in solidarietà ai condannati per gli scontri di Genova 2001 [it-en-es]

09-Giu-12

[presto anche in francese e tedesco]

 


Appello per una mobilitazione internazionale in solidarietà ai condannati per gli scontri di Genova 2001

Il 13 Luglio si terrà, presso la Corte di Cassazione di Roma, l’ultimo grado di giudizio del processo contro 10 tra compagne e compagni condannati per aver partecipato agli scontri avvenuti a Genova, nel luglio 2001, in occasione del vertice del G8.

Gli imputati sono stati condannati dal tribunale di Genova a pene pesantissime, dai 10 ai 15 anni, e ora le sentenze rischiano di diventare esecutive.

In dieci fungono da capro espiatorio: tramite loro lo Stato vuole attaccare le centinaia di migliaia di persone che scesero in strada quei giorni e in primo luogo quelli che contribuirono a scatenare la rivolta contro l’arroganza dei potenti. Non accettiamo la rappresaglia di Stato; colpire questi compagni significa sferrare una pesante offensiva contro l’intero movimento.

Nel frattempo i responsabili dei massacri indiscriminati,  dell’incursione alla scuola Diaz, delle torture di Bolzaneto e dell’ assassinio di Carlo Giuliani dormono sonni tranquilli e vengono premiati per le loro operazioni di “bassa” macelleria.

Riteniamo che sia una nostra precisa responsabilità esprimere solidarietà ai compagni condannati, denunciare e res    pingere questa manovra repressiva, rivendicare il valore delle giornate di Genova.

Riteniamo inoltre che in questo periodo di violenti attacchi da parte del sistema capitalista ai danni degli sfruttati, sia importante contrapporsi alla criminalizzazione di tutte quelle lotte che fuoriescono dai ristretti spazi del consentito…Criminalizzazione che passa anche attraverso le pesanti condanne attribuibili grazie all’utilizzo del reato di “devastazione e saccheggio”.

Per queste ragioni è importante dare vita a una mobilitazione in sostegno ai condannati. Lanciamo quindi un appello di solidarietà internazionale per dare corso ad iniziative e azioni nella settimana precedente il processo.

Inoltre, invitiamo tutti a partecipare al presidio di solidarietà che si terrà il giorno dell’udienza presso la corte di cassazione di Roma, per fare sentire direttamente la nostra voce agli inquisitori.

06 -12 Luglio
Giornate di mobilitazione

13 Luglio
Presidio sotto la Corte di Cassazione a Roma

Anarchici e Anarchiche


Call to an international mobilization in solidarity with the condemned for the riots (clashes?) of Genova 2001

The 13th of July there will be held the last grade of judgment against 10 comrades, condemned for having participated in the clashes occurred in Genova, in 2001, in occasion of the G8 summit.

The comrades have been sentenced from 10 to 15 years from the Court of Genova and now the detention may become executive.

Ten persons as sacrificial victims: through them, the State wants to attack the hundreds of thousands of persons who filled the streets those days, and particularly those who contributed to unleash the revolt against the arrogance of the Powerful. We won’t accept the reprisal of the State; condemning these comrades means attacking the whole movement.

In the meantime the responsibles of indiscriminated massacres, of the (incursion?) in the Diaz school, of the tortures of Bolzaneto and of the assassination of Carlo Giuliani sleep peacefully and are prized for their “low” butchery actions.

We think it is our precise responsibility to give solidarity to the condemned comrades, to denounce and fight against this act of repression, to vindicate the importance of the days of Genova.

We also think that in this period of violent attacks from the capitalist system against the exploited, it is important interpose ourselves to the criminalization of all those fights that overflow the tight space of the consented… Criminalization that passes as well from the heavy sentences given thanks to the accusation of “Looting and Devastation”.

For these reasons it is important to give life to a mobilization in support of the condemned. This is our call for international solidarity for actions and appointments in the week before the judgment.

Furthermore, we invite everyone to the demonstration of solidarity that will be held the day of the (audience?) in front of the Court of Cassazione in Rome, to make the inquisitors directly hear our voice.

06-12 July- days of action

13th of July- sit-in next to the Court of Cassazione in Rome

Anarchists


Convocatoria para una movilización internacional en solidaridad con los condenados por los enfrentamientos de Génova 2001El 13 de julio se llevará a cabo, en la “Corte di Cassazione” de Roma, la última instancia de juicio del proceso contra 10 de los compañeros y compañeras condenados por la participación en los enfrentamientos de Génova, en julio del 2001 (Cumbre del G8).

Los acusados han sido condenados por el tribunal de Génova a penas durísimas, de 10 a 15 años, y ahora las sentencias arriesgan/pueden llegar a ser ejecutadas.

Los diez sirven como chivo espiatorio: a través de ellos el Estado quiere atacar a los centenares de miles de personas que salieron a las calles aquellos días y en primer lugar a aquellos que contribuyeron a desencadenar la revuelta contra la arrogancia de los poderosos. No aceptamos la represalia de Estado; golpear a estos compañeros significa lanzar una fuerte ofensiva contra el completo movimento.

Mientras tanto, los responsables de las masacres indiscriminadas (durante el G8), del asalto a la escuela Diaz, de las torturas de Bolzaneto y del asesinato de Carlo Giuliani, duermen tranquilamente y son premiados por sus operaciones de “simple” carnicería/carnicería básica.

Pensamos que es nuestra responsabilidad directa entregar solidaridad a los compañeros condenados, denunciar y rechazar esta maniobra represiva, reivindicar el valor de las jornadas de Génova.

Pensamos además que en este período de ataques violentos de parte del sistema capitalista en contra de los explotados, es importante contraponerse a la criminalización de todas aquellas luchas que escapan de los restringidos límites de lo permitido… Criminalización que pasa, además, por las duras condenas atribuibles gracias a la utilización de la figura de “devastación y saqueo”.

Por estas razones es importante dar vida a una movilización en apoyo a los condenados. Lanzamos entonces, un llamado de solidaridad internacional para dar curso a iniciativas y acciones durante la semana previa al proceso.

Además, invitamos a todos a participar de la manifestación de solidaridad que se realizará el día de la audiencia, fuera de la “Corte de Cassazione di Roma”, para hacer sentir directamente nuestra voz a los inquisidores.

06-12 Julio
Jornadas de movilización

13 Julio
Manifestación fuera de la Corte di Cassazione en Roma

Anárquicas y Anárquicos

[No Tav] Caselli atto primo: parte il processo ai No Tav con tempi da record

09-Giu-12

Caselli atto primo, a due giorni dalla riconferma a capo del palagiustizia di Torino nonostante lo sformanento di età ecco la prima sorpresa (poi neanche troppo sorpresa) del programmino punitivo del noto magistrato. 46 rinvii a giudizio su 46, questa la allarmante verità che emerge dagli atti presentati questa mattina ai legali del movimento no tav. Le accuse sono tutte confermate e così i no tav indagati si dovranno presentare, dalle loro dimore di restrizione e per quattro ancora dal carcere in aula ad inizio luglio per l’udienza preliminare. Ma le sorprese non finiscono qui ed ecco allora spuntare il calendario delle udienze vere e proprie, palagiustizia blindato e prenotato per tutte le settimane centrali del mese di luglio escluse le domeniche e i sabati. Si chiama procedura d’urgenza ed è stata adottata in pochi casi di estrema importanza, ultimo quello del processo minotauro per le infiltrazioni mafiose nel nord Italia (ovviamente dopo aver messo al sicuro e fuori inchiesta i politici istituzionali piemontesi che spuntavano nei primi incartamenti). Ma di quale urgenza stiamo parlando in questo caso? Urgenza movimento no tav, sì perchè il 26 luglio scadono i termini per la custodia cautelare, passati i sei mesi finalmente gli imputati in attesa di giudizio sarebbero tornati liberi. E invece no, pur di mantenere vivo un procedimento che cadeva da solo facendo acqua da tutte le parti nelle motivazioni di carcerazione e nelle prove si procede con urgenza. I commenti in questo caso li lasciamo tutti per i lettori, per il movimento questo processo diventa inevitabilmente come nel caso di nina e marianna e nel caso degli altri processi no tav un momento di lotta contro una giustizia di parte, pericolosa e inaffidabile.

 

 

 

MARCELO, MAU, ALESSIO E JUAN LIBERI SUBITO!

 

da: NoTav.info

[War Starts Here] Campeggio Internazionale Antimilitarista

07-Giu-12

http://www.warstartsherecamp.org/ 

 

La guerra comincia qui.

Campo antimilitarista dal 12 al 17 settembre 2012 al «GÜZ 1 Altmark» – Discussioni e azioni contro il centro di addestramento al combattimento della Bundeswher e della Nato.

Nemico dietro la finestra. Copertura, orientamento, fuoco. Rapido come il lampo, il simulatore di duello a raggi laser informa i combattenti su chi ha fatto fuoco e chi è stato colpito, su chi continua l’addestramento e chi resta a terra nella steppa di Saxe-Anhait. L’esercito tedesco e, praticamente, i soldati di tutti gli eserciti della NATO si addestrano al GÜZ-Altmark; lì imparano come assediare e occupare un villaggio in Afghanistan, in Kosovo, o – dopo le analisi della NATO sulle guerre che verranno – in una qualsiasi città del globo. E’ per questo infatti che nel 2012, sul terreno del GÜZ, comincerà la costruzione di una città di 500 edifici provvista di un aeroporto e di una metropolitana: per addestrarsi alla guerra nei quartieri residenziali, nelle strade di un centro storico, nelle bidonvilles, nelle zone industriali o nei centri commerciali.
« Questa città potrebbe essere ovunque sul pianeta. » – Capo operativo del GÜZ
La Bundeswehr (forze armate tedesche), la NATO e l’UE vogliono fare del GÜZ un luogo centrale per preparare i loro interventi nella guerra che conducono a livello globale, per noi quindi si tratta di fare del campo un luogo centrale delle lotte antimilitariste. Tutti coloro che vogliono opporsi alla militarizzazione della società sono dunque i benvenuti. Vogliamo cogliere questa occasione per discutere delle nostre differenti analisi e proposte, per elaborare una strategia contro la loro strategia e sperimentare qualche pratica di sabotaggio della guerra. Poiché è lì dove la guerra comincia che si può fermarla.
Attualmente facciamo invece l’esperienza del modo in cui, a tutti i livelli, si costruisce il processo di inclusione della guerra nel quotidiano. Si sono create delle situazioni di fatto – aumento degli interventi dell’esercito, aumento delle morti nel Mediterraneo, aumento dei soldati in armi nelle strade – e sono stati fatti immensi sforzi per legittimare la gestione militare delle crisi. Le guerre che sono condotte in nostro nome dovrebbero apparire così altrettanto naturali e inevitabili di una tempesta. Dopo un terremoto si inviano, come fossero dei salvatori, le polizie militari che una volta passata l’emergenza riacquistano il loro vero volto: impongono il divieto di incontrarsi e danno la caccia ai saccheggiatori. E poiché oggi gli eserciti sono gestiti come delle imprese, noi dobbiamo essere i clienti soddisfatti del servizio pubblico della violenza di Stato. Nel linguaggio specialistico la sicurezza è oramai venduta come una «prestazione di governance» per la quale noi dobbiamo saper sacrificare, da un momento all’altro, l’una o l’altra delle nostre libertà.
Oltrepassati i muri della metropoli questa messa in scena non dura più di un veloce colpo d’occhio, per altro gettato da lontano. E se ci si può appoggiare a questo tipo di sguardo è perché in Occidente esiste una sua tradizione. La dottrina delle Nazioni Unite « Responsibility to Protect » (R2P) serve infatti a giustificare gli «interventi umanitari». La versione Niebel2 della politica di sviluppo autorizza l’attribuzione di mezzi direttamente sottoposti agli interessi tedeschi e alla cooperazione con l’esercito. Tutto questo ricorda molto bene il vecchio sciovinismo coloniale. Ci si felicita di proteggere la nuda vita dei popoli per poter ignorare più facilmente il loro diritto all’autodeterminazione. Il mantenimento di un ordine economico che non ha quasi nessuna prospettiva assicura così la permanenza della domanda per questo tipo di protezione. Nel frattempo l’UE si mette in formazione da battaglia e «armonizza» le sue leggi e le sue procedure. Per il momento gli Stati non si mettono ancora d’accordo su tutto. Per il momento la militarizzazione non è ovunque altrettanto avanzata come nella Val di Susa in Italia, dove dei parà appena ritornati dall’Afghanistan sono dispiegati contro i manifestanti; nello stesso tempo l’esercito in Spagna è già stato utilizzato per stroncare lo sciopero dei controllori di volo. In Germania, in compenso, sono in molti a credere che la guerra non sia davvero presente sul loro territorio. Tuttavia i guerrafondai tedeschi non sono certo gli ultimi arrivati nello spingere verso la realizzazione internazionale della guerra integrata in versione 2.0.
E’ tempo che ci si organizzi al di là delle frontiere contro gli attacchi tramite i quali l’ordine dominante tenta di salvarsi. La questione dei « Failed States » si pone oggi fondamentalmente dappertutto e non solo in Africa – sta a noi ritorcerla contro l’establishment e riprendere le nostre vite in mano.

Normalità civile-militare

Più gli eventi sono determinati dalla guerra e più diviene chiaro che la lotta contro la guerra e la militarizzazione non concerne solo la pura sopravvivenza di qualcuno bensì la vita di tutti. Anche se vi sono molte differenze nella realtà sociale, quanto meno nelle forme e dimensioni della violenza che vi si esercita, c’è una cosa che tutte le sfaccettature della militarizzazione hanno in comune: ogni prospettiva di autodeterminazione e di emancipazione deve cedere il passo davanti alla gestione permanente della miseria. E siccome questo tipo di indurimento delle condizioni di vita può essere imposto e mantenuto solo con la forza, bisogna logicamente diffondere l’accettazione e la legalizzazione della violenza nei conflitti, un’accettazione che è ancora legata alla conformazione patriarcale della società.
Una società sul piede di guerra deve essere messa nelle condizioni di pensare che la violenza non solo è inevitabile ma desiderabile o perfino eroica – a condizione che sia esercitata dalle forze dell’ordine. Per giustificarla è necessario mascherare le divergenze tra i punti di vista negli approcci o nella definizione dei problemi. Delle strutture complesse devono essere percepite come delle opposizioni binarie, per cui alla fine non resti che una soluzione: la guerra. Attraverso la costruzione di queste opposizioni la violenza di Stato si mostra come il solo mezzo effettivo di risolvere i conflitti sociali o internazionali. Esiste solo la Democrazia o la Dittatura islamica, la donna o l’uomo, i selvaggi o l’Occidente, la civiltà o la barbarie, l’ordine o il caos. Certo, il mondo reale, con tutte le sue connessioni, accavallamenti, interdipendenze, serve a meraviglia i militari per giustificare le loro spese sempre crescenti; ma durante la guerra disturba. Qui c’è bisogno di veri uomini.
La violenza sessualizzata e la guerra vanno sempre mano nella mano. La contro-insurrezione militarizzata non fa eccezione. Delle orde di uomini armati che si battono per demolire i titoli di proprietà o la sovranità di altri uomini. Ma questi titoli sono sempre anche dei titoli per disporre delle “nostre donne” e, allo stesso tempo in cui si pretende di proteggerle, le umiliazioni, lo stupro delle donne e la violenza sessualizzata contro i prigionieri maschi si riproducono tutti i giorni, in ogni zona di guerra del globo. I rapporti di dominio sono mescolati con l’ordine binario dei generi così come con il militarismo. Tiriamo la sola conclusione possibile: i ruoli di genere e l’esercito, bisogna attaccarli, indebolirli e dissolverli!

L’asimmetria? Non è una cattiva idea!

Per costruire una resistenza efficace, bisogna innanzitutto comprendere con che cosa abbiamo a che fare in relazione alle nuove guerre. Non per produrre dei rapporti di esperti che nessuno legge, ma dei saperi condivisi. Cosa è cambiato dalla guerra fredda? In cosa le nostre analisi si differenziano da quelle dei militari? C’è veramente un pericolo nascosto dietro le “minaccie asimmetriche” con le quali si legittima la guerra contro le popolazioni? C’è davvero un’insurrezione nascosta dietro tutte queste strategie di contro-insurrezione? Come ci posizioniamo noi nella guerra in corso? Cosa opponiamo alla logica amico/nemico, noi che vediamo bene, malgrado il nostro profondo disprezzo per la guerra, la necessità di combattere? Come si manifesta la strategia NATO della guerra in rete e della sicurezza globale a livello planetario? Le tattiche sono differenti a seconda dei gruppi presi di mira?
Per molti in seno all’UE l’abolizione dei limiti concernenti il campo d’intervento delle forze armate ha l’effetto di una novità, le popolazioni ormai non vengono più risparmiate dall’esercizio della violenza militare. La guerra ci rende tutti uguali? O è solo al momento di morire che la guerra rende tutti uguali, restando in vigore il vecchio principio “dividere per regnare meglio”? Qual’è il ruolo della contro-insurrezione in tutto questo? E’ una tattica di combattimento o un leitmotiv della governance? Per evitare delle false analisi bisogna stare attenti, cercando di capire la loro strategia, a non perdersi in un pensiero militarizzato. I militari non sono capaci di mettere in opera tutto quello che sognano. Su cosa si appoggia la loro prospettiva cibernetica di mobilitazione di tutte le sfere della società ai fini della guerra? Le questioni etiche, che questa prospettiva nega in blocco, non hanno la vocazione a risorgere in quanto opportunità tattiche? Fino a quale punto i militari stessi sono oltrepassati dalle loro esigenze e restano prigionieri della vecchia ideologia della loro superiorità di nascita? O tutto questo non è che uno show, come le donne in uniforme e la cooperazione con l’Unione Africana?
Sicuramente ci muoviamo su di un terreno minato da contraddizioni: da un lato, siamo tutti globalmente sottomessi allo stesso principio di guerra, dall’altro c’è sempre, da qualche parte, una “vera guerra”; in certi posti si muore, in altri no – e questo costituisce una differenza radicale. Neanche noi possiamo sfuggire a questa contraddizione. E’ vero infatti che “noi Occidentali” siamo dei privilegiati, che abbiamo maggiori possibilità di quelli che sono nati altrove. Ma è precisamente nel momento in cui la guerra fa la sua entrata tra di noi che ci accorgiamo fino a qual punto siamo seri quando parliamo di abolizione dei privilegi. Perché allora la questione non è più quella di proclamare verbalmente quanto ne abbiamo vergogna ma di metterli in gioco utilizzandoli come parte di un altro Noi – un Noi che lotta su scala mondiale per la liberazione.
Anche questo per noi fa una differenza e non da poco rispetto all’altra.

Bandiere al vento sulla collina del generale
.
E quindi, cosa ci lasciano sapere? Prima di tutto, questo testo strategico della NATO “Urban Operations in the Year 2020”. Siccome ovunque nel mondo sempre più esseri umani vivono in città nelle quali si impoveriscono sarà quindi necessario rimediare ai deficit nella capacità di intervento in ambiente urbano.
E siccome i militari non riflettono sulle cause e le maniere di impedire questo impoverimento, le rivolte sono concepite semplicemente in quanto sfide da affrontare. Oltre alle loro particolarità architettoniche, è specialmente il dispiegamento nelle zone abitate che costituisce un problema per l’esercito: siccome i combattenti sono difficili da distinguere dalla popolazione, rapidamente vi sono delle vittime civili (abbreviazione della NATO: CDs), che provocano a loro volta delle manifestazioni di protesta; in breve: sono missioni inefficaci oppure fallimentari! Perciò il militare vuole avvicinarsi e penetrare nella società, utilizzando dei professori universitari in servizio comandato insieme a delle unità “robuste” equipaggiate con “armi a letalità ridotta” per “controllare le folle”.
In “Towards a Grand Strategy for an Uncertain World” la NATO conclude, fin dal 2008, che l’unica via per evitare questi pericoli si trova in un “approccio globale e congiunto che include risorse sia militari che non-militari”. Nel 2010, la “NATO Research Commission” giudica i risultati poco incoraggianti, in quanto la sovranità degli Stati e le difficoltà di cooperazione impediscono una realizzazione davvero efficace. Il loro consiglio: trovare delle “nuove strade di collaborazione pragmatica al di sotto del livello strategico”. Si tratta di una nuova strategia o di un ripiego? Il termine “sicurezza in rete” dovrebbe rassicurarci, procurandoci il sentimento di essere informati mentre in realtà non ci si dà nessuna informazione? C’è da preoccuparsi del fatto che ci si dice che delle cose vengono messe in rete tra commissioni ad hoc, strutture interservizi, basi di dati, congressi polizieschi e altri esercizi congiunti, senza mai dirci CHE COSA viene messo in rete? E la collaborazione delle università, delle Poste e delle ONG o la privatizzazione dei compiti militari cambiano qualcosa nel processo di decisione? O la collaborazione civile-militare non è altro che una nuova veste per il vecchio fantasma dello Stato poliziesco totalitario?

“Sicurezza in rete” ovvero la contro-insurrezione in abiti civili

Ordinariamente utilizzato come sinonimo di anti-sommossa nelle discussioni in Germania, la contro-insurrezione potrebbe invece essere compresa in quanto concetto generale di governo, nel quale non si tratta più di regolare i conflitti ma di far perdurare lo stato d’eccezione a perdita d’occhio, dal momento in cui sarà stato messo in funzione. Poiché la destabilizzazione di una società produce la legittimazione del suo continuo controllo militar-poliziesco – fino all’istallazione di protettorati – nello stesso momento in cui dispensa dal presentare nel dibattito pubblico delle alternative. Quella che sembra, in Iraq, in Afghanistan, una mancanza di piani di un ordine per il dopoguerra o una incapacità a imporli, potrebbe invece essere il cuore stesso dell’operazione: la contro-insurrezione come una gestione permanente della crisi che si iscrive nella durata. Perché fin quando la crisi persiste non c’è tempo per i cambiamenti sociali; è più facile far accettare le restrizioni imposte alla libertà di circolazione, il paternalismo e l’oppressione.
La contro-insurrezione mira a sedare la società. All’opposto di quello che suggerisce la parola, la repressione aperta non è affatto il primo mezzo preso in considerazione. Per essa la cosa più importante non è quella di far tacere coloro che intraprendono una lotta bensì che tutti gli altri non vedano nessun senso in quello che i ribelli dicono. Siccome la percezione è il suo primo terreno di combattimento, alcune questioni non devono nemmeno venir fuori. E la diffusione di “armi a letalità ridotta” mostra che non si tratta di “risolvere” i conflitti ma piuttosto di controllare la loro emersione, e, lì dove è possibile, evitarli. Analisi costi-vantaggi, calcolo dei rischi, come nelle assicurazioni. La contro-insurrezione deriva dalla creatività delle insurrezioni e, trovandosi sempre al traino, tenta di compensare questo deficit con studi meticolosi, violenza, enormi apparati e prevenzione. Ristrutturare dei quartieri, intimidire dei simpatizzanti, isolare i nemici, creare delle immagini del nemico, così da far prendere le distanze alla popolazione che in questo modo, in sostanza, si disarma da sola. La “COIN” (COntre-INsurrection in linguaggio NATO) vuole imprimersi su di un pubblico depoliticizzato e passivo ed è in questo senso che essa è costruttiva. Nello stesso tempo, in quanto strategia di puro mantenimento del potere, rimane altrettanto mortale e reazionaria delle guerre coloniali, dentro le quali è stata sviluppata. Come modello di governance rappresenta l’estinzione del politico: la chiusura di ogni dibattito pubblico sulle cause della situazione attuale, la fine della ricerca di prospettive, che siano molto o poco differenti. L’oblio organizzato.
Tuttavia la contro-insurrezione resta una spada a doppia lama. Un sistema che ha bisogno di prepararsi a combattere delle insurrezioni ammette implicitamente che non si tratta più di apportare delle correzioni a una macchina che, altrimenti, funzionerebbe senza problemi. Il fatto che delle insurrezioni sopravvengano effettivamente è secondario. Ma il fatto che possano aver luogo, che siano considerate dal potere come possibili, è sufficiente ad attirare l’attenzione sulle ragioni per ribellarsi. Sul punto cieco, sull’imperatore nudo. Forse si parla tanto di sicurezza per non parlare della contro-insurrezione? Poiché le carte potrebbero cambiare di mano a ogni momento. Quello che appare, nella lotta contro l’insurrezione, è il risuonare del fatto che la questione è se è giusto liberarsi da un certo regime – e che, nel futuro, a riprendere la lotta sarà molto più che l’affare di un pugno di radicali.

Condividiamo le nostre esperienze di lotta

Nel momento in cui tutto appare diventare un fronte, non possiamo più considerare l’opposizione alla militarizzazione e alla guerra come un dominio riservato al movimento pacifista e agli antimilitaristi. Proprio perché la militarizzazione indurisce le condizioni di ogni lotta d’emancipazione, pensiamo che dovreste venire tutti a discutere delle questioni che solleva questo campo! Pensiamo sia necessario avere scambi più vasti possibili se si vuole costruire una resistenza efficace. Di fronte all’accelerazione globale della militarizzazione delle società consideriamo che l’invito deve essere, logicamente, il più internazionale possibile. Tradurremo questo appello in tutte le lingue possibili e contatteremo le persone potenzialmente interessate. Organizzeremo insieme la traduzione sul posto; in una maniera o nell’altra ha sempre funzionato.

Per mettere fine alla configurazione del mondo da parte della guerra

Per noi si tratta, con il campo al GÜZ, di discutere insieme delle strategie militarizzate di mantenimento del dominio e di trovare il loro tallone d’Achille. Nel principio come nella pratica.
E’ proprio perché come sempre ci prendiamo la libertà di porre la questione “Quale vita vogliamo vivere?”, perché rifiutiamo l’idea di un’umanità che domanda il controllo o il sangue e perché non ci ritroviamo nella parola d’ordine “Non c’è alternativa”, crediamo sia possibile prosciugare il mare dal principio della guerra in tutte le sue forme, non cadere nella trappola paternalista (“Che cosa è meglio per l’Afghanistan?”) e impedire ai militari di sequestrare per i loro fini la minima particella del nostro mondo e delle nostre vite. E questo praticamente, ben inteso. Ciò ci conduce al secondo orientamento del nostro campo.

Chi può pensare deve agire!

Il GÜZ è uno dei principali luoghi in Germania dove si prepara la guerra. Con i suoi trasporti d’armi regolari, i prevedibili cantieri per costruire il nuovo sito d’addestramento al combattimento urbano, le sue istallazioni laser high-tech e molte altre occasioni, il GÜZ ci offre l’opportunità di mettere praticamente dei bastoni negli ingranaggi di una macchina da guerra e di imparare a farlo. Unità di tutto l’esercito tedesco si addestrano al GÜZ per 14 giorni prima di essere inviati in Afghanistan o altrove. Viaggiano con i propri mezzi pesanti, il proprio equipaggiamento, le proprie armi. Il GÜZ è immenso e quasi senza nessuna chiusura. La pianificazione degli addestramenti militari è completa, non c’è posto per i ritardi. Noi vogliamo dimostrare nella pratica che è lì dove la guerra comincia che possiamo fermarla. In questo senso, tutte le forme di azione che perturbano, sabotano o bloccano lo svolgimento delle esercitazioni in corso, saranno per noi le benvenute!
Per tutti questi motivi, vi invitiamo a venire e partecipare al campo antimilitarista al GÜZ-Altmark dal 12 al 17 settembre 2012 e a combattere con noi per un mondo migliore!

1GefechtsÜbungs Zentrum : Centro di Addestramento al Combattimento
2Dal nome dell’attuale ministro tedesco allo Sviluppo Economico

 

traduzione dalla versione in francese 

[Auro e Marco] Presentazione: Malapolizia

07-Giu-12

SABATO 9 GIUGNO 2012    AL CSOA AURO E MARCO DI SPINACETO DALLE 18.30

PRESENTAZIONE DEL LIBRO  “MALAPOLIZIA” CON L’Autore Adriano Chiarelli, Giuliano Giuliani, Simonetta Crisci, Ass. Antigone, Militant, Onda Rossa

Malapolizia si scrive tutto unito, è gergale, scorretto, deviato e deviante. Un’altra necrosi del sistema, l’ennesima (malasanità, malapolitica, malagiustizia), di quelle che atterriscono di più: uomini in divisa contro uomini piccoli, fragili, spesso malati. Malapolizia evoca deliri di onnipotenza, senso di impunità, abusi di potere, fantasmi argentini: l’arroganza del forte contro il debole. Oltre che una locuzione, “Malapolizia” è adesso anche un libro che spaventa e fa pensare insieme, pubblicato con Newton Compton da Adriano Chiarelli.

Un libro nero, dell’orrore, di quelli veri che ti tolgono il sonno, altro che zombi e case infestate. Un libro-inchiesta sulle morti oscure (sulle morti evitabili) per mano delle forze dell’ordine. Le “mele marce” in divisa, come li chiama qualcuno, minimizzando alquanto. Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Riccardo Rasman, Gabriele Sandri, Domenico Palombo, Marco De Santis, Maria Rosanna Carrus, ma i “casi” che troverete in questo excursus tra i gironi infernali della violenza di Stato sono molti di più, e inquietano.

In una nazione sedicente democratica, com’è possibile che un normale intervento di polizia si trasformi in omicidio? Qual è il discrimine che separa la tutela dell’ordine sociale dall’abuso di potere?, la legittima difesa dalla tortura, dall’omicidio preterintenzionale? L’inchiesta di Chiarelli (lavora come autore e sceneggiatore per cinema e televisione) non è pregiudiziale, ideologicamente violenta, scorretta, contro la forza pubblica. Dice però pane al pane, e lo fa dire, quasi sempre, alle carte delle procure, alle parole dei familiari intervistati, sollevando il velo sugli scenari di ferocia in divisa post G8 di Genova. Sulla sopraffazione senza testimoni consumata troppo spesso nelle camere di sicurezza delle questure, nelle celle dei penitenziari, oppure per strada, quattro contro uno, a calci e pugni, a manganellate. Il fatto più grave è che l’elenco dei morti e dei feriti si allunga col tempo e nel tempo, spesso offuscato dal silenzio delle istituzioni.

Quelle raccolte in “Malapolizia” sono storie scomode, crudelissime, che qualcuno vorrebbe farci dimenticare. Servendosi di un nutrito novero di materiali inediti, Chiarelli punta invece il riflettore sul lato buio della pubblica sicurezza, imbastendo un’inchiesta civile destinata a far discutere. Da non perdere.

[Spagna] 12M/15M Appunti sul movimento

07-Giu-12

 

12M/15M Apuntes sobre el movimiento

Estos apuntes están dedicados, en primer lugar, a la Universitat Liure La Rimaia, una experiencia cuya improbabilidad e imposibilidad ha alimentado a tantas de nosotras durante los últimos tres años. En segundo lugar, están dedicados al libro Autonomie!, de Marcello Tarí, libro de estrategia revolucionaria que como un relampago ilumina nuestro presente.

Estos apuntes tienen una gran deuda con algunas conversaciones mantenidas con Marcello y otros camaradas.

 

 

Tomar la plaza hace un año desató una situación imprevisible. Aquel mes de quiebra de la normalidad y de la obediencia nos ha nutrido, todo un año, con la circulación de una simpatía que va mucho más allá de la multiplicación de los grupos, las asambleas de barrio y los sectores en lucha.

Podríamos decir que esta simpatía es la expresión sensible del deseo, ampliamente compartido, de cambiar de raíz el orden de las cosas. Un hombre sabio ha dicho últimamente que el deseo de una Revolución nunca había estado tan extendido, y que, a la vez, nunca había sido tan difícil imaginar cómo hacerla.

 

 

Primera parte: un doble punto de partida.

 

 

1

Existe una tensión en el interior del movimiento 15 M, una tensión entre dos herencias historicas, entre dos posiciones o tendencias. Esta tensión sólo puede resolverse desde dentro.

Esta tensión se encuentra en el interior mismo de algunas frases que han determinado nuestro proceso: “Sin sindicatos y sin partidos” y “No violentos”.

Las dos posiciones están encarnadas por dos figuras: el ciudadano radical, y el revolucionario cualquiera. Estos son los dos polos de atracción que tensan la cuerda del movimiento.

 

 

2

El ciudadano radical cree que todavía es posible salvar un ideal del Estado que, con la Revolución Francesa, nace como ideal de progreso, desarrollo e integración de todos y cada uno de sus habitantes. Un ideal que fantasmagóricamente algunos creen ver encarnado en el Estado del Bienestar posterior a la carnicería, a la masacre de masas, de la 2ª Guerra Mundial. La cuestión es que, históricamente, la política de exterminio nunca ha sido extraña a los ciclos de “crecimiento” del capitalismo.

Sin embargo, el ideal del ciudadano radical quiere que en el poder democrático haya un fondo de racionalidad y moralidad universal. Si esto fuera así la indignación moral, el grito y las propuestas razonables serían fuerzas transformadoras. Desgraciadamente esto no es así.

De hecho, este ideal vio combatida su materialización desde el principio: por eso la historia de los siglos XIX, XX y XXI, está sembrada de insurrecciones, revoluciones, guerras y guerras civiles. No es solamente una cuestión de oprimidos o proletarios, son también otras dos figuras, primero, la del refugiado, y décadas después, la del migrante, las que delatan sensiblemente que los mismos gestores del Estado hace ya casi un siglo que han renunciado a ese “ideal”.

En la fase actual de este proceso desastroso el sistema tiene más que asumido que su supervivencia implica deshacerse de un gran excedente de población: este problema se enfrenta destruyendo las condiciones de vida, o las vidas pura y simplemente (recortes, planes de austeridad, operaciones militares, guerra de masacre).

La realidad es así de brutal. Aunque, a veces, no mirarla de frente nos hace la vida más fácil, también es la manera más fácil de terminar pagándolo muy caro.

 

 

3

El ciudadano radical desconfía de las viejas formas políticas -sindicatos y partidos-. Por eso se reconoce en la frase “sin sindicatos y sin partidos” ; pero, para dicha figura, no es que “nadie nos representa”, sino que “el gobierno no nos representa mientras no se atenga a razones” -algo así dice el llamamiento internacional al 12M/15M-.

Podemos resumir su posición en dos puntos:

a) En primer lugar, se basa en la iniciativa individual, en el compromiso individual (consumo responsable, consumo ecológico, y mil otras iniciativas en las que uno puede participar). El ciudadano es una figura que parte de la quiebra de lo común más allá de la familia, es una figura que se funda en una relación singular con el Poder, al que otorga realidad cuando lo interpela – para protestar -, o cuando le responde – a través del voto secreto, el trabajo, la compra, declarándose “deprimido” o haciendo la declaración de impuestos -. Es cierto que esta relación individual otorga al ciudadano integrado un poder, un poder-hacer basado en sus conocimientos, su trabajo, sus relaciones, sus bienes, su dinero. —– El ciudadano radical quiere enfrentar individualmente la degradación de sus condiciones de vida, se resiste a perder “sus bienes”, lo cual es del todo razonable. Y, sin embargo, lo hace en base a un ideal obsoleto, y según unas formas de lucha inadecuadas, que lo conducirán, a través de su posición reformista, sea al desastre, sea a una nueva forma de fascismo por venir.

b) Por otro lado, su posición se funda en el intento de volver a moralizar el Poder. La Ilustración introdujo esta confusión en la concepción occidental de lo político: como si las Leyes, los Derechos, y los Aparatos extremadamente violentos que los hacen respetar, fueran expresión de lo razonable, expresión de una moral universal, y no, como sabemos, la expresión de relaciones de fuerza.

Expresión escrita e institucional de relaciones de fuerza que es “dejada atrás” en la práctica, en la cárcel, la comisaría, el juzgado o la calle, cuando la situación lo requiere, tal y como recordó últimamente el actual Conseller d’Interior catalán, el infame Sr. Puig. A pesar de que parece absurdo abundar sobre estas cuestiones, de sobra conocidas, más absurda aún parece la adhesión del ciudadano radical a la posición moral de la “indignación”, su alergia a intensificar el conflicto en base a un “pacifismo agresivo”, y su creencia en que, cuando el Titánic se hunde, es hora de protestar, o de salvar las maravillosas tumbonas de cubierta.

 

 

4

En el otro polo graviatorio del movimiento se levanta la figura sin rostro del revolucionario cualquiera.

Aquí, el movimiento encuentra un punto de partida que, como un extraño salto temporal, nos situa en la herencia directa del momento revolucionario más álgido vivido en Europa durante los años 70: las luchas autónomas en Italia.

A través de este salto temporal entramos en relación, no solamente con estas luchas, sino con lo mejor de nuestra Historia. La figura cualquiera de toda una constelación de insurrecciones y revoluciones derrotadas, es decir interrumpidas. Nada hay menos neutral que la memoria que nos debemos.

Algunos, que piensan la Historia en tiempos muy breves, — haciendo recomenzar la historia del mundo, por ejemplo, cada década –, tal vez se sorprendan ante semejante afirmación. Sin embargo, fijémonos en las prácticas que estamos llevando adelante: ocupaciones de casas y de espacios para organizarnos ; comités barriales de apoyo mutuo y asambleas de barrio ; asambleas y cordinaciones laborales ; autorreducción de facturas, visible hoy, de momento, en los transportes, con iniciativas como Yo No Pago, MeMetro, o el pirateo del código de las tarjetas de transporte en Barcelona. ─Si portadas y pantallas no llegan a cegarnos, podemos observar, en nuestras ciudades del sur, el efecto de unailegalidad de masas invisible: efecto que reconocemos en la profusión de alarmas, cámaras y seguridad privada entorno a ropa, comida, bebida, aparatos electrónicos, libros…; visible asímismo en los dispositivos de seguridad y las campañas contra el fraude en el transporte metropolitano.

También las expropiaciones forman parte de nuestro repertorio de acciones, o las manifestaciones más o menos salvajes. Así como la insistencia en la importancia de comunicación y coordinación frente a la forma anquilosada de la organización clásica, propia de Partidos y Sindicatos.

 

 

5

No son solamente las prácticas, también en algunas frases que compartimos encontramos una herencia directa con las luchas autónomas: En efecto, “sin sindicatos y sin partidos”, pero, paradójicamente, también “no violentos”. Separamos la frase en dos partes para diferenciar las potencias de los límites.

La línea de potencia: “Sin sindicatos y sin partidos”, o como también se coreaba: “Ningú. Ningú. Ningú ens representa, ningú…!” (¡Nadie. Nadie. Nadie nos representa, nadie…!) Esta es una línea de potencia porque nos empuja a experimentar, a buscar maneras de compartir, de organizarnos, de coordinar nuestras fuerzas. Afirmar esta posición nos empuja, de nuevo, a romper con las formas mayores de organización que la pareja de espectros danzantes de un mundo en ruinas, el movimiento obrero y la utopía liberal, han traído hasta nosotros: partidos y sindicatos que nacen con el siglo XIX y cuyo cadáver vemos caminar hoy a pie firme ante nosotros, al inicio del siglo XXI.

Un límite interno al movimiento está en persistir en autodefinirse como “No Violento”. Me gustaría citar aquí a un viejo estratega chino:

“La flexibilidad es vida ; la rigidez muerte. La debilidad atrae el socorro, la fuerza el rencor. La flexibilidad tiene su razón de ser, la rigidez la suya ; la debilidad su campo de aplicación, la fuerza el suyo. Acumula estos cuatro regímenes de la acción y domina su juego a conciencia.”

Flexibilidad, rigidez ; debilidad, fuerza. Cuatro regímenes de la acción que una estrategia mayor necesita conocer y dominar.

 

 

6

Dentro de esta posición, definirse, a la vez, como un movimiento “sin sindicatos, sin partidos”, y como “no violento”, sitúa la cuestión de la violencia en la línea de lo que sucedió en Italia, y en otros lugares, a finales de los años 70. Sin embargo algunos creemos que es a través de una mala interpretación. Porque, si es verdad que el ritual y la práctica de la violencia son indisociables de las luchas autónomas, también lo es que fue cierta intensificación acelerada de la violencia, hasta cotas insostenibles para el movimiento, lo que propició su derrota. Aceleración e intensificación proveniente de una fracción que sentía la riqueza y diversidad del área autónoma como algo bastante extraterrestre. Hay que tener en cuenta, además, la mediación imposible entre el viejo movimiento obrero, incluso de los obreros autónomos, y unas luchas autónomas dominadas por un sentimiento de extrañeza radical respecto a la fábrica y al mundo de la fábrica – lo que les lleva a desertarla – ; luchas autónomas portadoras de una sensibilidad, de unas formas de combatir, de habitar y de compartir directamente políticas, es decir en guerra contra el mundo, siendo, a la vez, formas completamente extrañas a la tradición obrerista.

Si el viejo movimiento obrero es entonces derrotado, incluso en sus mismas condiciones materiales de existencia, la gran fábrica ligada al barrio popular ; la clase obrera, vector subjetivo y político, que desaparece en la travesía del desierto de los años 80… sólo podrá reaparecer bajo formas nuevas, recomponerse, en otra parte, como un nosotros que toma partido contra el mundo presente.

 

 

7

No se trata de entrar en disputas históricas.

Cuando decimos que nos sentimos herederos, que recogemos el testigo del momento en el que el proceso revolucionario fue interrumpido, no estamos diciendo que se trata de repetir la historia, lo cual sólo podría ser una broma. La resonancia entre situaciones no implica la repetición de condiciones materiales y espirituales de existencia. No es tanto una cuestión de analogía cuanto de genealogía.

De lo que se trata es de comprender que la potencia de las luchas autónomas, lo que hace que hoy lleguen a resonar en nosotros, radica en haber mantenido unidos, en un mismo proceso insurreccional, tres planos de la existencia que todo en el orden de este mundo nos conduce a separar: 1) Un plano material: los barrios liberados, la expropiación y el uso compartido y ofensivo de bienes, y de saberes, de máquinas, de técnicas. 2) Un plano espiritual y sensible: donde se conjugan los nuevos comportamientos de parte de feministas, gays y jóvenes en general, con una imaginería renovada, y a la vez, heredera, de diferentes tradiciones sediciosas, revolucionarias, guerreras, imaginería que toma cuerpo un poco por todas partes y que puede concretarse en la portada más famosa de la revista Rosso, aparecida tras los estallidos insurreccionales de Marzo del ’77 en Bolonia y en Roma. En dicha portada puede verse, bajo un fondo rojo y negro, el cuerpo de una manifestación durante los enfrentamientos, y, allí, puede leerse: “Habéis pagado mucho. No lo habéis pagado todo.” 3) Y un plano ofensivo, en el cual la violencia era pensada y ejecutada de una manera completamente diferente a la violencia militar. Sin carnicerías. Una violencia táctica, situada. Una forma de vida que liberaba territorios, que podía defenderse.

Cabe recordar ahora los cuatro regímenes de la acción que un viejo estratega chino nos invitaba a dominar: flexibilidad, rigidez ; debilidad, fuerza. Además, habría que tener presente que la punta de lanza del movimiento Occupy es la ciudad de Oakland, la única que en su momento rechazó declararse “no violenta”.

 

 

 

 

Segunda parte: diferentes estrategias.

 

 

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Una estrategia mayor nos sitúa ante una lucha de largo aliento, en la cual los diferentes planos de la existencia puedan desplegarse a la vez, produciendo una forma de vida que puede pasar a la ofensiva.

Contra esta concepción, la posición ciudadana radical tiende a pensar la potencia del movimiento dentro de su ideal de la política, la política democrática como algo sometido a una razón y una moral universal. La razón dirime y decide en base a una moral universal. El discurso explica, convence y dicta. Las fuerzas son movilizadas allí donde son necesarias.

Parece razonable, y, sin embargo, es absolutamente falso: porque en este círculo virtuoso del Poder no queda contemplada la división irreconciliable que sacude nuestro mundo. La división entre Nuestros anhelos, los anhelos de los insurgentes, y de los oprimidos, desahuciados, parados, recortados, precarizados, indigentes existenciales…, que se organizan para resistir ; y frente a estos, los anhelos del capitalismo y los capitalistas, los anhelos de Ellos.

Esta división irreconciliable es la espoleta de la insurrección. Agudizarla hasta llegar a una situación irreversible es tomar partido por la revolución.

Nosotros anhelamos una forma de vida que alienta en una ética de la potencia común. Inventar el comunismo.

El capitalismo nos impone la separación, la segmentación, la división, en todas partes. La división entre lo que somos y lo que podemos.

 

 

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Romper con este mundo que nos arruina conlleva generar y habitar situaciones donde puedan volver a tramarse las vidas. “Si sola no puedes, juntas lo podemos todo.”

La separación cotidiana se rompe mediante acciones, gestos, procesos, y no tanto mediante palabras e imágenes. Sin embargo, las palabras, que sirven para discutir de las lejanas abstracciones de la política clásica (el Banco Central Europeo, la Ley Electoral… ), sirven, también, para compartir experiencias de lucha en las empresas ; para poner en común herramientas que nos hacen más fuertes en los barrios ; para que circulen iniciativas subversivas, para que éstas se encuentren, se coordinen.

Las palabras y las imágenes sirven también para que una sensibilidad compartida alcance cierta densidad, y se vuelva contagiosa. En este sentido una “Declaración” sobre nuestra división irreconciliable con el mundo capitalista podría ser productiva, pero ésta necesita ser concordante con la elaboración de los medios que podrán hacer efectiva dicha división.

 

 

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Tal y como se ha dicho en algunos lugares, si de algo hay que hablar en las plazas es de cómo preparamos el día de acción del 15 de Mayo.Primer ensayo de una huelga global que enfrenta un capitalismo global. La clave, de la huelga, es que necesita durar. Una huelga a la altura de la situación necesita una temporalidad más dilatada, un día de paro nunca fue suficiente.

En segundo lugar, sea en las plazas, sea en un próximo festival de los barrios metropolitanos, necesitamos un espacio de encuentro para poner en común las herramientas, las experiencias, las dificultades. Sancionar lo que funciona y lo que no funciona. Encontrarnos para afirmar y compartir la diferencia irreconciliable que somos para con este mundo.

En tercer lugar, lo mejor sería evitar los “discursos razonables”, sobretodo por parte de figurones de dudosa calaña, acerca de imaginarias reformas que ninguna fuerza puede ni quiere imponer.

Porque, ya lo hemos dicho, la política democrática no es razonable. No se basa en la razón y el discurso, sino en la relación de fuerzas. ¿Qué tiene de razonable salvar Bancos, que han estado jugando en la ruleta de la Bolsa, mediante el cierre de guarderías y hospitales? Por lo tanto, en lugar de perder el tiempo discutiendo sobre argumentos de reforma que, a primera vista, pueden parecer muy razonables, pensemos, discutamos, acerca de cómo podemos invertir la relación de fuerzas localmente, en toda situación, en cada lugar.

Es decir, si vale la pena encontrarnos para discutir, es para tramar los planes tácticos, operativos, que nos permitirán deponer el Poder allí donde se encuentre.

 

 

Tercera parte: una figura del futuro se abre paso hacia nosotros

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Hackear la economía.

Hackear el barrio y la metrópolis.

Hackear el Poder.

[continuará]

 

 

@barbarroja_

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